Dei tanti necrologi che sono usciti sulla scomparsa di Marta Marzotto – premetto, una mia grande amica – mi ha colpito l’etichetta riduttiva di “regina dei salotti”, specie se appiccicata con un aria di sufficienza negativa, genere Milano da bere/Roma Godona. Molto gettonato, anche l’appellativo “stilista”: sbagliatissimo perché non ha inventato nessuna linea (non esiste una giacca Marta come quella Armani). In compenso, ha ideato molti costumi a partire dallo sdoganamento del kaftano. Addirittura comico, ricordarla come “modella” visto che è stato il suo lavoro d’esordio, ha sfilato poco e non è passata alla storia come Veruschka o Mary Quant. Certo, il suo culo è in tutti i musei sui quadri di Guttuso e in una foto, indimenticabile, di Newton. Ma in questi casi fu musa. Con quale appellativo allora ricordare Marta?

NATA (E VISSUTA) SOTTO IL SEGNO DEI PESCI
Qui sorge il problema, perché lei era tanto di tutto ma al tempo stesso rifuggiva da qualunque cose la inquadrasse, compresa la monetizzazione delle sue intuizioni geniali. Questo spiega anche l’accozzaglia di stili al confine del kitsch delle sue case, dove i monetieri del ‘700 si mescolavano alle opere di Guttuso e alle ceramiche. Non a caso rivendicava di essere del segno dei pesci che sgusciano via nell’acqua, liberandosi dalle mani degli uomini che tentano di afferrali. (Vedi anche Guttuso).
Io però, da amico – e questo mi privilegia nella…