Che differenza passa tra l’ abbigliamento e i costumi? Nessuna, a volte. Lo illustra la mostra From costume to couture  allestita nello storico atelier di Farani. Così, oltre alla retrospettiva curata da Clara Tosi Pamphili e Alessio De Navasques, si scopre anche il cuore di una delle più antiche e prolifiche sartorie teatrali. Since 1962. Farani deve una buona quota della sua fortuna proprio alla collezione storica (dal 1700) di capi d’alta moda dalla quale ha attinto a piene mani per vestire capolavori teatrali e cinematografici.

Così, nel percorso, pezzi dell’abitoteca di Chanel, Dior e Pucci sono affiancati ad abiti di scena, per mostrarne la stretta parentela. A partire da I Clown di Fellini in paillette.

NELL’ABITOTECA TRA MARGIELA E PASOLINI.

Farani, tuttavia, ebbe la massima opportunità lavorando con il costumista Danilo Donati abilissimo nel trasformare cose povere in capolavori. Come esempio per tutti, bastino le caramelle Charmes per fare i mosaici. Pertanto, dall’atelier di via Dandolo, uscirono pezzi da Oscar come le inquartate de Il Casanova di Fellini e gran parte dei costumi della filmografia di Pasolini. Sorprendenti, nella loro geniale semplicità, le tuniche degli apostoli per il Vangelo Secondo Matteo (1964).  Anticipano di due decenni, il post atomico di Comme des Garcon e il pauperismo di Martin Margiela. Magia del cinema e dei segreti di chi ha saputo alimentarne il grande sogno, con la stoffa.