Tra i tanti cappelli che figurano sulle teste femminili e maschili dei film di Fellini, ce ne sono almeno tre che sono entrati nell’iconografia cinematografica mondiale. Primo fra tutti il Borsalino da uomo, lo stesso della memorabile fotografia di Man Ray, Hat (1933)2 e di Indiana Jones.

Simbolo di Fellini medesimo, divenne un cult sul capo del suo alter ego Marcello nel film 81/2. Dopo la proiezione newyorchese della pellicola, nel 1963, un’azienda americana chiese di avviarne la produzione industriale, ma Fellini rifiuto` l’offerta.3

Piu` ricche e articolate risultano invece le fogge dei modelli femminili. A partire dall’indimenticabile Saturno che prima viene indossato da Anitona/Sylvia ne La dolce vita e poi vola dalla cupola di San Pietro, quando l’attrice visita il Vaticano. Il modello, che prende il nome dall’orbita dell’omonimo pianeta, fu ripreso filologicamente dal guardaroba talare in un misto di sacro e profano simmetrico alla sfilata ecclesiastica e sarcastica del film Roma.

Tutt’altro significato, invece, assume il copricapo di Giulietta Masina nel film la StradaLa bombetta asessuata del clown, quella che frequenta i quadri di Magritte e soprattutto i film di Charlie Chaplin. Quello di Charlot era un bowler molto alto di calotta a salvaguardia della dignita` del personaggio che smentivano, all’altra estremita` del corpo, le scarpe scalcagnate.

 

1 Fabbri P., La prima donna: la saraghina tra Picasso e Kafka, in Fellini-AmarcordRivista di studi felliniani”, Fondazione Fellini Editore, Rimini, n. 3-4, dicembre 2001.

2 Molto note sono le fortissime valenze erotiche che l’artista dada-surrealista attribuiva alle forme dei cappelli che fotografava.

3 Fabbri P., Cimelio, semioforo, valsente, in Gallo R. (a cura di), Il cinema con il cappello. Borsalino e altre storie, Corraini, Mantova 2011, p. 49.