Il Felliniario è un dizionario in progress su Fellini e la moda/la moda e Fellini partito dal Modyricon del volume Fellini e la moda (ed Bruno Mondadori). Ci trovi notizie sui capi, gli stili e i fenomeni di costume lanciati dalla filmografia del regista. Inoltre, i personaggi del settore con cui ha avuto rapporti e le corrispondences con gli stilisti che si sono ispirati a lui. Il Felliniario sarà costantemente aggiornato. Se hai notizie in merito, spediscile e previa verifica, le pubblichiamo.

Antefatti. 

Oggi, è pratica comune che gli stilisti vestano gli attori dei film e degli spettacoli televisivi. La collaborazione tra le maison e le case cinematografiche tuttavia è relativamente recente. E’ letteralmente esplosa dopo il 1980, quando Armani vestì Richard Gere in American Gigolò. Prima di questa data spartiacque, gli stilisti erano di meno e meno comunicativi: raramente realizzavano costumi per i film.

Restringendo il campo alla sola Italia, nell’immediato dopoguerra contrassegnato dal cinema neorealista, il lusso e le sartorie moda erano addirittura fuori dalla logica del grande schermo o addirittura demonizzate. Basti pensare che in Roma città aperta di Roberto Rossellini (1945) sono associate moralisticamente e simbolicamente alla drogata, lesbica, Ingrid/ Giovanna Galletti, che ripaga Marisa/ Marisa Merlini, con una pelliccia per il suo tradimento alla resistenza. La situazione cambia alla fine degli anni quaranta. Nel ‘48 Valentina Cortese e Alida Valli partono per Hollywood, sottolineando alla stampa che vestono Schubert. Da questo momento i nomi degli atelier compaiono sempre più spesso sulle riviste, i modelli non sono più anonimi, non c’è più bisogno del supporto delle dive che diventano indossatrici d’eccezione.

Il binomio moda-cinema si consolida nel ’49, quando alcune sarte come Antonelli, Biki, Carosa e le sorelle Fontana presentano le loro colleziono all’hotel Excelsior di Venezia.

Ma la svolta arriva con Michelangelo Antonioni in Cronaca di un amore (1950).  Per interpretare Paola, Lucia Bosè viene messa nelle mani di Ferdinando Sarmi che le fa tagliare i capelli e indossare pellicce e gioielli, costruendole una cosiddetta “immagine”.

La moda entra anche nel plot del film.  Parallelamente, le sartorie romane sono sempre più attive per il grande schermo. In particolare Maria Antonelli che firma i vestiti de I figli di nessuno di Matarazzo (1951/52) ed esegue gli abiti di Anna Magnani in Bellissima di Luchino Visconti di cui risulta costumista Piero Tosi. Il dato è importante perché gli abiti mesti da popolana della Magnani, non avrebbero richiesto l’intervento di una sarta. Il neorealismo era finito. “In Antonioni la moda non è puro elemento esteriore a servizio degli intenti divistici, ma è proprio uno dei modi di essere della donna, parte integrante della sua personalità”. Lo stile però continua a citare quello americano di Helen Rose, costumista della Metro Goldwyn Mayer. Fanno testo i costumi de La Contessa scalza: abiti lunghi e sovrabbondanti color rosa e acquamarina disegnati dalle Sorelle Fontana che sancirono il legame tra il loro atelier e Ava Gardner.

Benigni Roberto: “Fellini è come una cravatta che uno vorrebbe regalare a tutti, attaccarselo al collo, andare in giro con Fellini attaccato… Fellini è il vestiario dell’uomo moderno… Fellini è la merceria dell’universo”